Cari genitori vi scrivo …

 

Lettera del Card Martini alle famiglie

 

Avrete tempo per leggere anche questa lettera? Avrete  un momento di calma per condividere qualche mia preoccupazione e conside­rare qualche mia proposta? Chi sa come è stata la vostra giornata? Forse dopo ore di lavoro non facile e non sen­za tensioni, avete affrontato il viaggio di ritorno a casa che è stato più lungo ed esa­sperante del solito per un ingorgo, per un ritardo, per un qualsiasi imprevisto; e per finire può essere che appena e ca­sa abbiate incrociato lo sguardo risentito della figlia adolescente per un permesso negato e l’irrequietezza del più piccolo :on i suoi capricci e la scoraggiante approssimazione nel finire i compiti.

E io oso ancora disturbarvi...!

Dovete credere che mi muove a questo scritto proprio un affetto, una cura per la vostra famiglia, il desiderio di dirvi ancora una volta la mia vicinanza e la mia ammirazione per il vostro compito educativo, Così affascinante e talora così logorante.

Vi scrivo per condividere con voi una preoccupazione. Mi sembra di intravedere in molti ragazzi e giovani uno smarrimen­to verso il futuro, come se nessuno avesse mai detto loro che la loro vita non è un ca­so o un rischio, ma è una vocazione.

            Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri e invitarvi ad aprire loro orizz­onti di speranza. Infatti i vostri figli, che Voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d’amore infinito, da Dio Padre: perciò so­no chiamati alla vita, alla felicità che il Si­gnore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso sulla vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perché que­sto è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice.

            Non dovete dunque temere: il Signore chiama solo per rendere felici. Ecco per­ché oso disturbarvi. Mi sta a cuore la felici­tà vostra e dei vostri figli. E per questo mi stanno a cuore tutte le possibili scelte di vita: il matrimonio e la vita consacrata, la dedizione al ministero del prete e del dia­cono, l’assunzione della professione come una missione... Tutte possono essere un modo di vivere la vocazione cristiana se sono motivate dall’amore e non dall’egoi­smo, se comportano una dedizione defini­tiva, se il criterio e lo stile della vita quoti­diana è quello del Vangelo.

            Vi scrivo, dunque, per dirvi con quale af­fetto vi sono vicino e condivido la vostra cura perché la vita dei vostri figli che tan­to amate non vada perduta.

 

La famiglia è una vocazione

 

Perciò la mia prima parola è proprio per invitarvi a prendervi cura del vostro voler­vi bene come marito e moglie: tra le tante cose urgenti, tra le tante sollecitazioni che vi assediano, mi sembra che sia necessa­rio custodire qualche tempo, difendere qualche spazio, programmare qualche momento che sia come un rito per celebra­re l’amore che vi unisce.

L’inerzia della vita con le sue frenesie e le sue noie, il logorio della convivenza, il fatto che ciascuno sia prima o poi una de­lusione per l’altro quando emergono e si irrigidiscono difetti e cattiverie, tutto questo finisce per far dimenticare la be­nedizione del volersi bene, del vivere in­sieme, del mettere al mondo i figli e intro­durli nella vita.

L’amore che vi ha persuasi al matrimo­nio non si riduce all’emozione di una sta­gione un po’ euforica, non è solo un’attra­zione che il tempo consuma. L’amore sponsale è la vostra vocazione: nel vostro volervi bene potete riconoscere la chiama­ta del Signore. il matrimonio non è solo la decisione di un uomo e di una donna: è la grazia che attrae due persone mature, consapevoli, contente, a dare un volto de­finitivo alla propria libertà. Il volto di due persone che si amano rivela qualcosa del mistero di Dio.

Vorrei pertanto invitarvi a custodire la bellezza del vostro amore e a perseverare nella vostra vocazione: ne deriva tutta una concezione della vita che incoraggia la fedeltà, consente di sostenere le prove, le delusioni, aiuta ad attraversare le even­tuali crisi senza ritenerle irrimediabili. Chi vive il suo matrimonio come una vo­cazione professa la sua fede: non si tratta solo di rapporti umani che possono essere motivo di felicità o di tormento, si tratta di attraversare i giorni con la certezza della presenza deI Signore, con l’umile pazienza di prendere ogni giorno la propria croce, con la fierezza di poter far fronte, per gra­zia di Dio, alle responsabilità.

Non sempre gli impegni professionali, gli adempimenti di famiglia, le condizioni di salute, il contesto in cui vivete, aiutano a vedere con lucidità la bellezza e la gran­dezza della vostra vocazione. È necessario reagire all’inerzia indotta dalla vita quoti­diana e volere tenacemente anche momen­ti di libertà, di serenità, di preghiera.

Vi invito pertanto a pregare insieme, già questa sera, e poi domani e poi sempre:

una preghiera semplice per ringraziare il Signore, per chiedere la sua benedizione per voi, i vostri figli, i vostri amici, la vostra comunità: qualche Ave Maria per tutte quelle attese e quelle pene che forse non si riescono neppure a dire tra di voi.

Vi invito ad aver cura di qualche data, a distinguerla con un segno, come una visi­ta a un santuario, una Messa anche in gior­no feriale, una lettera per dire quelle paro­le che inceppano la voce; la data del vo­stro matrimonio, quella del battesimo dei vostri figli, quella di qualche lutto familia­re, tanto per fare qualche esempio.

            Vi invito a trovare il tempo per parlare tra voi con semplicità, senza trasformare ogni punto di vista in un puntiglio, ogni divergenza in un litigio: un tempo per par­lare, scambiare delle idee, riconoscere gli errori e chiedervi scusa, rallegrarvi del be­ne compiuto, un tempo per parlare pas­seggiando tranquillamente la domenica pomeriggio, senza fretta. E vi invito a sta­re per qualche tempo da soli, ciascuno per conto suo: un momento di distacco può aiutare a stare insieme meglio e più volentieri.

Vi invito ad avere fiducia nell’inciden­za della vostra opera educativa: troppi genitori sono scoraggiati dall’impressio­ne di una certa impermeabilità dei loro figli, che sono capaci di pretendere mol­to, ma risultano refrattari a ogni interfe­renza nelle loro amicizie, nei loro orari, nel loro mondo.

                        La vostra vocazione a educare è bene­detta da Dio: perciò trasformate le vostre apprensioni in preghiera, meditazione, confronto pacato. Educare è come semina­re: il frutto non è garantito e non è imme­diato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto. Educare è una grazia che il Signore vi fa: accoglietela con gratitudi­ne e senso di responsabilità. Talora richie­derà pazienza e amabile condiscendenza, talora fermezza e determinazione, talora, in una famiglia, capita anche di litigare e di andare a letto senza salutarsi: ma non perdetevi d’animo, non c’è niente di irri­mediabile per chi si lascia condurre dallo Spirito di Dio.

            E affidate spesso i vostri figli alla prote­zione di Maria, non tralasciate una dècina del rosario per ciascuno di loro: abbiate fi­ducia e non perdete la stima né di voi stes­si né dei vostri figli. Educare è diventare collaboratori di Dio perché ciascuno rea­lizzi la sua vocazione.

 

La collaborazione alla gioia dei figli

 

            La gioia che desiderate per voi e per i vostri figli è un misterioso dono di Dio: giun­ge a noi come la luce amica delle stelle, co­me una musica lieta, come il sorriso di un volto desiderato. La collaborazione che i genitori possono offrire alla gioia dei figli è l’educazione cristiana. L’educazione non è un meccanismo che condiziona, ma l’accompagnamento di una giovane libertà perché, se vuole, giunga al suo compi­mento nell’amore. Educare è dunque un servizio umile, che può conoscere il falli­mento; è però anche una impresa formida­bile che cui un uomo e una donna possono gioire con inesprimibile intensità.

            L’educazione cristiana è il paziente e te­nace lavoro che prepara il terreno al dono della gioia di Dio. Infatti la luce delle stelle non si vede se il bagliore sfacciato delle luminarie nasconde la notte, la musica lieta non avvolge di consolazione quando il frastuono del rumore è assordante e non si ha tempo per un volto amico nella eccita­zione di una folla in delirio. Per disporre al­la gioia è dunque necessaria una purifica­zione che non va senza fatiche.

Voglio alludere almeno ad alcune delle purificazioni che mi sembrano particolar­mente necessarie oggi.

            La purificazione degli affetti significa in­trodurre alla gioia che è sconosciuta a chi immagina I rapporti tra l’uomo e la donna come una via per ridurre l’altro a strumen­to per la propria gratificazione e rassicura­zione: allora gli affetti degenerano a pas­sione, possessività, sensualità.

            Lo spirito di servizio e la disponibilità al sacrificio introducono alla gioia che si ral­legra di vedere gli altri contenti, le inizia­tive funzionare bene, le comunità ordina­te e vivaci. È una gioia sconosciuta a chi impigrisce nell’inconcludenza. Come mi stringe il cuore considerare lo sperpero di tempo, di risorse giovani e affascinan­ti, di intelligenza e denaro che vedo com­piersi da parte di tante compagnie dei no­stri ragazzi! Come è urgente reagire al­l’inerzia e alla malavoglia per edificare una vita lieta!

                        La purificazione dalla paura del futuro è urgente per introdurre alla gioia della definitività. Una vita si compie quando si definisce in una dedizione: la scelta defi­nitiva deve essere desiderata come la via della pace, come l’ingresso nell’età adul­ta e nelle sue responsabilità. Siano bene­detti quei genitori che con la fedeltà del loro volersi bene insegnano che la defini­tività è una grazia e non un pericolo da te­mere, né una limitazione della libertà da ritardare il più possibile. Pericolosa e fon­te di inquietudine è invece la precarietà, la provvisorietà, lo smarrimento che la­sciano un giovane parcheggiato nella vi­ta, incerto sulla sua identità e spaventato del suo futuro

 

Educare all’appartenenza alla Chiesa

 

Voi genitori sentite la responsabilità di provvedere alla felicità dei vostri figli: sie­te disposti a concedere molto, talora an­che troppo, purché lui sia contento. Que­sto diventa motivo di ansia, di sensi di col­pa, di esasperazione quando non riuscite a ottenere dai figli che assumano, condivi­dano le vostre indicazioni, quando risulta­no impraticabili le proposte che sembrano tanto ovvie ai preti, agli insegnanti, agli esperti che scrivono sui giornali.

A me sembra che sia più saggio conside­rare che i genitori non sono colpevoli di tutti gli errori e l’infelicità dei figli, di tutto lo squallore di certe giovinezze sciupate nell’inconcludenza o nella trasgressione. È eccessivo che un papà e una mamma si sentano colpevoli di tutto: è più prudente e rasserenante condividere la responsabili­tà dentro una comunità.

Quando avete portato il vostro bambi­no in Chiesa per chiedere il battesimo ave­te dichiarato la vostra fede nel Padre che sta nei cieli e la vostra decisione che il fi­glio crescesse nella comunità cristiana.

Mi sembra che una conseguenza coe­rente della scelta di chiedere il battesimo per i propri figli sia un’opera educativa che si preoccupi di inserire in una comuni­tà, di promuovere la partecipazione, di in­sinuare nei ragazzi e nei giovani un senso di appartenenza alla comunità cristiana in cui si educa alla fede, alla preghiera, alla domanda sul futuro. Una famiglia che si isola, che difende la propria tranquillità sottraendosi agli appuntamenti comunita­ri risulta alla fine più fragile e apre la porta a quel nomadismo dei giovani che vanno qua e là assaggiando molte esperienze, an­che contraddittorie, senza nutrirsi di nes­sun cibo solido.

Inserirsi in una comunità può richiedere qualche fatica e non risparmia qualche umiliazione: penso alle famiglie che han­no cambiato casa e si sentono perdute nei quartieri nuovi, penso a quelle che hanno sofferto qualche incomprensione, penso a quelle appassionate dell’andare altrove per vedere gente, per praticare sport, per respirare un po’ d’aria buona. Ecco: viene il tempo in cui scegliere le priorità. Il futu­ro dei vostri figli ha bisogno di scelte che dichiarino che cosa è più importante.

            Ritenere irrinunciabile la partecipazio­ne alla Messa domenicale introduce a una mentalità di fede che ritiene che senza il Signore non si può fare niente di buono. Perciò la frequenza alla Messa domenica-le nella vostra parrocchia, la partecipazio­ne alle feste della comunità, l’assunzione di qualche responsabilità, la cura perché i figli frequentino l’oratorio, la catechesi, gli impegni e le iniziative dei giovani della parrocchia, sono un modo per favorire questo senso di appartenenza che dà stabi­lità e conduce a un progressivo farsi cari­co della comunità che può maturare an­che in una vocazione al suo servizio.

 

Apprezzamento per la vita dei preti

 

            Mi capita talora di raccogliere nei geni­tori una specie di paura. di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Anche i genitori dei seminaristi mi fanno intuire la loro in­quietudine, come se mi domandassero:

Ma che vita aspetta mio figlio, se diventa prete? Sarà felice? Sarà solo?”.

            Vorrei rispondere che la vita del prete, di oggi e di domani, come quella di ieri, è una vita cristiana: perciò chi vuoI essere un bravo prete porterà la sua croce ogni giorno, come fate voi, in una dedizione che non sarà sempre gratificata da riconoscen­za e da risultati, in un esercizio di responsa­bilità che incontrerà anche la critica e ri­comprensione, in un assedio di impegni e di pretese che sarà talora logorante.

Tuttavia non si considera abbastanza — mi sembra — ciò che rende bella la vita di un prete, bella e lieta in un modo unico.

Il prete infatti vive soprattutto di relazio­ni: dedica il suo tempo alle persone. Non si cura di cose, di carte, di soldi, se non secon­dariamente. Passa il suo tempo a incontra­re gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vo­gliono bene e lo aiutano e quelli che lo criti­cano, lo deridono, e pretendono. ~ una esperienza umana straordinaria. E incon­tra le persone non per trarne qualche van­taggio, ma per prendersi cura di loro, della loro vocazione alla gioia, del loro essere fi­gli di Dio. Al prete le persone spessa apro­no il loro cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in que­sta confidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza eterna, che guarisce con il perdono.

            Il prete vive una libertà straordinaria: ha consegnato sé stesso alla Chiesa e per­ciò, se è coerente con la sua vocazione, non ha apprensioni per il suo futuro, non si attacca alle cose, non si assilla per arric­chire. li prete celebra per sé e per la gente i misteri della salvezza: opera delle sue ma­ni non sono prodotti precari, fortune espo­ste all’incerta sorte delle cose umane. Ce­lebrando i santi misteri offre alla gente la grazia d’entrare nella vita eterna, la comu­nione con Gesù.

Mi sembra opportuno ricordare ciò che rende grande e bella la vita del prete, per­ché l’enfasi sulle fatiche, la sottolineatura delle difficoltà non oscuri questa forma splendida di vita cristiana.

Penso che un papà e una mamma possa­no comprendere, al di là dei luoghi comu­ni e delle reazioni emotive, quale grande grazia sia il dono del sacerdozio e possano perciò rallegrarsi se un loro figlio sente l’attrattiva per questa strada: vi assicuro che non gli mancherà la gioia, se sarà un bravo prete.

            In ogni caso parlare male dei preti e indicarli come responsabili di tutto quanto non va nelle comunità cristiane non può certo aiutare a migliorare le cose e tanto meno incoraggiare un giovane a farsi avanti per assumere un ministero tanto necessario per la Chiesa e tanto bello per chi lo vive bene.

 

La preghiera per le vocazioni

 

            La bellezza cristiana della vita di un bra­vo prete e la grazia straordinaria che rap­presenta un prete santo per una comuni­tà, devono suggerire a tutti di pregare per­ché nelle nostre comunità non manchino i preti. La preghiera per le vocazioni al mi­nistero sacerdotale deve essere condivisa da tutta la comunità.

            Invito anche voi a pregare in famiglia e a suggerire questa intenzione di preghie­ra anche ai vostri figli, in obbedienza alla parola del Signore pregate il padrone della messe che mandi operai per la sua messe (Luca 10,2).

            Come ho scritto ai preti in occasione della festa di San Carlo, questa preghiera non è una specie di delega al Signore per­ché faccia quello che a noi non riesce: è piuttosto un abbandonarsi intelligente e libero alla guida dello Spirito che diventa disponibilità a compiere le opere di Dio. Perciò la preghiera per le vocazioni do­vrebbe essere più intensamente pratica­ta da pane di coloro che si trovano nel­l’età e nelle condizioni della scelta del lo­ro stato di vita. Vorrei che ogni adole­scente o giovane comprendesse che la ve­rità della preghiera per le vocazioni è rag­giunta quando nel fondo risuona come la preghiera di Isaia: Signore, se vuoi, manda me! (cfr. Isaia 6,8).

 

CARD. CARLO MARIA MARTINI